In memoria di Roger Ebert – L’Italia: un popolo di navigatori, c.t. e critici cinematografici

5 Apr

Approfitto della morte del grande Roger Ebert per dire un paio di cose. Uno come lui in Italia non lo avremo mai, non perché non ci siano critici bravi, ma perché questo è il paese dei commissari tecnici, dei presidenti del consiglio e dei critici cinematografici. Se vuoi incontrarli li trovi tutti al bar, sotto casa, la tua o quella di qualcun altro.

“Ma dai, fai il critico? Ieri sono andato a vedere (nel 99% dei casi un film di merda). A me è piaciuto.” “A me no” ed elenchi le tue sacrosante e competenti ragioni. “Ah… Vabbè, a me è piaciuto… Ma dove scrivi?” e se la risposta non soddisfa allora il critico vero è lui.

Perché, diciamolo, il nostro è un mestiere del cazzo da fare in Italia, per molte ragioni, che vado ad elencare.

1) Oltre il 50% degli italiani hanno un livello culturale imbarazzante, e non parlo di titoli di studio, ma di cultura generale. Compensano però con un’arroganza eccezionale che fa dell’italiano medio esperto in tutto, dalla neurochirurgia all’ingegneria aerospaziale. Spesso e volentieri sono anche io così, vista la mia grande passione per l’idroponica, nata dopo avere visto “Parenti, amici e tanti guai”.

2) La critica in Italia è una casta, con enclavi ben precisi e riconoscibili a seconda delle zone geografiche, giornalistiche e festivaliere.

3) Il livello medio della critica in Italia è indecente, sia per la reale comprensione del prodotto cinematografico che per il livello di scrittura.

4) Internet ha generato mostri. Ogni giorno nasce un blog di cinema, composto da competenti esperti a cui se nomini Max Ophuls ti chiedono se aveva recitato in “A Rovigo la Mala rompe il culo ai passeri”.

5) Di bravi ce ne sono, e bravi davvero, e di solito non fanno parte di lobby, gruppi di potere e andate tranquilli che non hanno un posto fisso, tranne rarissime eccezioni. In ogni caso, comunque, sono pochi e per fortuna ho l’onore di frequentarli e lavorare con loro.

Roger Ebert era un educatore e uno scrittore, nel senso più nobile del termine, e come lo era lui lo sono quei critici e giornalisti che fanno questo lavoro per fare cultura. Lo ripeto: cultura. Perché il cinema è un’arte, esistono i capolavori, i prodotti artistici interessanti e degni di rispetto e le croste, e ci sono gli strumenti per classificarli e riconoscerli. E bisogna trasmettere questa responsabilità, perché l’analisi culturale è una responsabilità, nella forma migliore possibile, perché è nostra responsabilità, ripeto e sottolineo, educare il pubblico e, cosa ancora più importante, far vivere agli spettatori attraverso le nostre parole e le nostre analisi un prolungamento della visione che renda l’esperienza cinematografica ancora più coinvolgente, emozionante e consapevole.
Non è facile, non è banale, non ci si improvvisa.

Detto ciò, Mr. Ebert, ci vediamo al cinema, che è dove spero di andare quando sarò morto, e vedere film per tutta l’eternità insieme a lei. E non con quella pippa di Leonard Maltin.

…e tutti risero a Locarno

23 Nov


Era l’agosto del 2001, Festival del Film di Locarno. Dopo una lunga assenza, Peter Bogdanovich gira nuovamente un film per il grande schermo. The Cat’s Meow il titolo, storia di un mistero della Hollywood di tanti anni fa, protagonisti Charlie Chaplin, William Randolph Hearst e altri personaggi che hanno stregato l’immaginario collettivo nel corso dei decenni.

Bogdanovich accompagna il film e riesco a ottenere una intervista singola con lui. Fare le interviste è la cosa che mi è sempre piaciuta di più di questo lavoro. Quando ero all’università e studiavo la storia del cinema attraverso le conversazioni di Truffaut con Hitchcock, dello stesso Bogdanovich con John Ford, Fritz Lang, Orson Welles, sognavo un giorno di poter fare lo stesso. Purtroppo i tempi sono cambiati, e probabilmente io non mi sono impegnato così a fondo per rendere possibile la cosa. Ma nel mio piccolo, me lo dico, le interviste sono la mia specialità. E sono anche bravo, molto. Questa che leggete è forse la migliore che ho fatto, sicuramente quella che mi ha emozionato di più.

Inizialmente avevo trenta minuti a disposizione. Leggendo l’intervista, vedrete che a un certo punto parliamo di …e tutti risero, un film straordinario. Subito dopo la risposta di Bogdanovich, la sua publicist mi disse che il tempo a mia disposizione era finito, ma lui stesso, il regista de L’ultimo spettacolo, mi disse di restare, perché gli stava piacendo parlare con me. Passammo un’altra mezz’ora insieme, parlando di cinema e scrittura, mentre la figlia di Peter, Sashi, stava filmando l’intervista, per un documentario sul padre da realizzare prima o poi. Magari ci sarò anche io, chi lo sa.

Finita l’intervista, Peter mi ringraziò, perché per la prima volta aveva parlato quasi con piacere di cose che hanno segnato la sua vita e mi disse che ero un bravo intervistatore, dandomi qualche consiglio su come migliorare delle cose. Cose che naturalmente mi tengo per me.

Uscito dall’albergo, feci un centinaio di metri e poi scoppia a piangere. Ero davvero felice.

Scrissi l’intervista che state per leggere di getto, in un ristorante a un centinaio di metri dalla Piazza Grande. Il proprietario era un ragazzo di Rimini, c’eravamo conosciuti l’anno prima e ci eravamo rimasti simpatici, scrivevo spesso da lui il pomeriggio, per stare più tranquillo. Quel giorno mi vide che ero particolarmente preso, a sbobinare e scrivere. Senza chiedermelo, mi portò un bicchiere, una bottiglia di bianco del Ticino e mi disse: “Con questa ti verrà meglio. Però me la devi far leggere quando hai finito”.

Era l’8 agosto del 2001. Esattamente ventisette anni prima Richard Nixon rassegnò le dimissioni dalla Casa Bianca a seguito dello scandalo Watergate. Quello stesso giorno Tom Cruise e Nicole Kidman annunciarono ufficialmente il loro divorzio e la Clonaid annunciò al mondo di essere in grado clonare un essere umano, cosa che effettivamente fecero, a loro dire e senza mai fornire prove, il 27 dicembre del 2002, creando una bambina a cui diedero il nome di Eve.

Trentatre giorni dopo era l’11 settembre 2001.

Conversazione con Peter Bogdanovich

Iniziamo parlando di “The Cat’s Meow”, suo ultimo film presentato qui a Locarno. E’ il suo ritorno al cinema dopo molti anni.
Sì, dal ’94 al ’99 ho girato sei o sette film per la televisione, tutti considerati ottimi lavori e ben accolti. Mi sono serviti per poter girare “The Cat’s Meow” che è un film relativamente a basso costo, girato in 31 giorni.

Com’è nata l’idea del film?
Circa 30 anni fa, quando stavo scrivendo il libro intervista su Welles, Orson mi parlò di una cosa che coinvolse William Randolph Hearst e che aveva trattato anche Kenneth Anger in un suo libro. Orson aveva inserito la storia anche nella sceneggiatura originale di “Quarto potere”, ma la tagliò durante la produzione. Anni dopo mi trovavo sulla Queen Elizabeth in viaggio verso l’Europa e mi capitò di raccontare l’episodio ad un critico mio amico. Volle il destino che proprio al ritorno da quel viaggio, trovai sulla mia scrivania una sceneggiatura ispirata a questa storia, tratta da una piece rappresentata in un piccolo teatro di Los Angeles. L’abbiamo letta e ne abbiamo riscritto una buona parte, quindi siamo riusciti a trovare i soldi grazie ad accordi di co-produzione. Abbiamo girato gli interni a Berlino e il resto in Grecia. Possiamo considerarlo una serie di felici coincidenze.

La scelta del cast mi è sembrata altrettanto felice, soprattutto per quanto riguarda Eddie Izzard.
Devo essere sincero, neanche lo conoscevo, me lo avevano segnalato, lo andai a vedere una sera in teatro e ne rimasi molto colpito. Lo incontrai e gli chiesi se era interessato alla parte di Chaplin e lui accettò con entusiasmo. E’ stato un bene, ha avuto tante buone idee e ha contribuito ha costruire molte scene. Anche per gli altri attori ho avuto la stessa fortuna, per Kirsten Dunst che non conoscevo e che è stata perfetta nel ruolo di Marion Davies, e per Edward Herrmann nella parte di Hearst. Joanna Lumley l’ho scelta grazie a Eddie che la conosceva bene, dicendo che quella parte era perfetta per lei ed aveva ragione. Quando hai dei buoni attori che sentono i personaggi allora tutto è molto più facile.

Immagino ci sia stata una grossa ricerca per rendere la storia il più verosimile possibile.
Steven Peros, l’autore della sceneggiatura e della piece, aveva raccolto moltissimo materiale, ma molte cose sono state tagliate o riscritte. Per esempio c’era una scena in cui Hearst offriva dei soldi a Chaplin per garantirsi il suo silenzio, ma non credevo assolutamente nella veridicità della cosa, così come abbiamo riscritto molte delle scene tra Marion e Charlie. Anche la lettera è inventata, ma pensavamo fosse una soluzione che funzionava, anche se un po’ melodrammatica. E poi a Shakespeare queste cose funzionavano sempre.

“The Cat’s Meow” riesce ad essere una storia molto moderna, anche se avvenuta nel 1924.
E’ una storia contemporanea, perché i ricchi e potenti lo sono sempre e il resto del mondo non lo è. In questo caso si tratta di personaggi molto umani, quindi riesce difficile odiarli. Ma comunque stiamo parlando di cinema e quando giri un film non sai mai cosa ne verrà fuori. Una volta feci questa domanda a Jean Renoir e lui mi disse “ma certo che non so come andrà verrà, se lo sapessi non avrei bisogno di farlo… (Bogdanovich cita Renoir con un fantastico accento francese N.d.A.)

L’occasione di parlare con lei è per me quasi un sogno che diventa realtà, Mr. Bogdanovich, e non posso non chiederle qualcosa sulla sua eccezionale carriera. Partiamo dall’inizio e di come arrivò a girare il suo primo film, “Bersagli”.
Iniziai lavorando con Roger Corman e con lui girai “Wild Angels”. Dico girai perché su sei settimane di riprese tre le diressi io. Ero il regista della seconda unità e dato che a Roger piaceva il mio modo di lavorare, quando gli chiesi di poter girare da solo le mie scene lui non ebbe problemi. E lo stesso accadde per il montaggio, perché non mi piaceva come venivano montate le mie scene. Imparai molte cose nelle 22 settimane di quel film e Roger decise poi di produrre “Bersagli”, il mio esordio. Anche di questo e del successivo, “L’ultimo spettacolo”, curai il montaggio, soprattutto per risparmiare. Non avevo molti soldi a disposizione.

“L’ultimo spettacolo” è uno dei film più belli di quel magnifico periodo che furono gli anni ’70 per il cinema americano. Cosa pensa di quest’opera a distanza di 30 anni e come la rapporta al seguito che girò vent’anni dopo, “Texasville”?
L’ho rivisto ultimamente e non l’ho trovato invecchiato, mentre “Texasville” parlava di un altro mondo, in cui i luoghi e i personaggi erano oramai diversi. Purtroppo il film non è mai stato visto nella versione che desideravo e tutta la produzione è stata molto complicata. In realtà “Texasville” aveva venticinque minuti in più che tagliai in cambio della promessa della re-distribuzione de “L’ultimo spettacolo”, così da poter permettere a chi non lo aveva visto, non essendo disponibile neanche in videocassetta, di poterlo recuperare e capire quindi la storia successiva. Poi la cosa saltò e “Texasville” fu comunque distribuito con 25 minuti in meno. La versione integrale, la mia versione, esiste in laser disc.

Per quanto ami moltissimo “L’ultimo spettacolo”, il suo film che preferisco è “…E tutti risero” da cui fuoriesce fortissimo il piacere che ha avuto nel girarlo.
Mi fa molto piacere, perché è anche il mio film preferito, lo adoro, mi ricorda uno dei periodi più felici della mia vita. Una storia bellissima, un cast perfetto e un’armonia irripetibile sul set. E poi era un film fatto tra amici, John Ritter, Audrey Hepburn, Ben Gazzara e Dorothy… Resta il mio film che amo di più.

Ritorno a “The Cat’s Meow” purtroppo pensando a “…E tutti risero”. L’ombra della morte è sempre stata in qualche modo parte del suo cinema e ben più tragicamente della sua vita. Le faccio questa domanda perché proprio qui in conferenza stampa per la prima volta l’ho sentita parlare della morte di Dorothy Stratten, altrimenti non mi sarei permesso di affrontare un tema così intimo e doloroso.
La morte…Nei miei film ci sono stati in totale 6 funerali, non tanti in fondo, ma è vero, è un tema che ricorre. Sulla morte di Dorothy in realtà ho scritto anche un libro, “The Death of the Unicorn” che ha sollevato non poche polemiche negli Stati Uniti. Sono passati 21 anni da quel tragico evento, ma so che quel giorno la mia carriera si è schiantata al suolo, perché cose di questo tipo ti cambiano la vita e quindi anche quello di cui è fatta la vita. Ed è anche una maniera per rifletterci sopra. Ho fatto tanti film, qualcuno buono, altri meno e adesso dopo tanto tempo sono tornato a girare per il grande schermo. Ma tutto questo non conta molto, l’unica cosa che conta è proprio il tempo, l’unico vero giudice.

Oltre che cineasta, lei è anche critico. Le sue interviste con Welles, Lang e Ford sono dei veri e propri classici ormai. Io so come mi sento in questo momento parlando con lei, ma lei come si sentiva di fronte a questi mostri sacri?
Non era così difficile per me all’epoca. Mio padre è più vecchio di mia madre di 20 anni e quindi ho sempre avuto persone adulte o anziane con cui parlare, in più vengo da una famiglia di artisti e la maggior parte delle persone che giravano per casa erano artisti. Era quindi una cosa normale per me, il resto lo faceva la persona che avevi davanti. Con Orson era molto facile per esempio, anche se all’inizio di ogni intervista non parlava mai dei suoi film, cosa che non ha mai amato fare, quindi bisognava farlo sciogliere. John Ford mi impauriva, con la benda sull’occhio e la sua maniera molto rude di parlare. Solo dopo molti anni, riguardando quello che avevo fatto mi sono chiesto: ma come diavolo mi è venuto in mente?

Qual è la cosa più importante che ha imparato da questi grandi maestri?
Ho imparato che i film hanno bisogno di respirare, devono essere freschi. Ho imparato da John Ford che il ciak buono è quasi sempre il primo, perché gli attori sono in forma e possono dare il meglio subito. E da Orson ho imparato che i film sono inscatolati.

In che senso inscatolati?
Hai presente un barattolo di conserva? I film sono così, una volta che li hai girati, montati e finiti restano lì, conservati. L’importante è che quando li inscatoli siano freschi, perché lo saranno anche quando li togli dalla confezione.

Incontriamoci su 35mm.it

22 Nov


Ho lasciato fermo questo blog per un bel po’, non sapevo esattamente cosa volevo che fosse. Nel mentre, la mia vita è molto cambiata e mi sono guardato indietro, lo sto ancora facendo e credo lo farò per un bel po’. Alla fine ho capito che vorrei fare de L’uomo dei sogni il mio luogo della memoria, dove postare tutto quello che ho fatto in molti anni di cronista e critico cinematografico, raccontare quello che stava succedendo mentre scrivevo questa o quella recensione, ricordare le persone, i volti, le situazioni, sapere che ho fatto delle cose e che ancora ne farò e che quelle vorrei restassero qui.

Ci proverò, vediamo se ne avrò la forza e il tempo, ma so che sarebbe una cosa importante.

Non c’è un motivo particolare per cui inizio proprio da qui, dalla recensione di un film di Ron Shelton con Antonio Banderas e Woody Harrelson. Mi è venuta in mente perché oggi Mattia Pasquini, attuale direttore di 35mm.it, oggi mi ha chiesto una cosa, sapendo che la sua richiesta implicherà probabilmente qualcosa di molto importante per lui. E anche per me. E allora ho cercato di ricordarmi quale fu il primo pezzo che scrissi per 35mm.it. Questo.

Lo andai a vedere il 5 gennaio del 2000, insieme a quella che all’epoca era più o meno non so bene, Elisa, che giustamente si fece due palle come due guantoni da boxe, ma era contenta d’avermi accompagnato perché sapeva che dovevo vedere quel film per una ragione ben precisa.

All’epoca 35mm.it era una sorta di leggenda nel mondo web, un magazine di cinema con data base annesso che faceva, incredibile, 15.000 utenti al mese. A pensarci oggi fa ridere, all’epoca erano davvero un’enormità. Il neo direttore Francesco Cinquemani dopo qualche chiacchierata cinefila mi chiese di provare per loro, avevano bucato un’uscita e quindi mi chiese di recuperare questo capolavoro.
Poche settimane dopo sarei entrato nella redazione del giornale, per poi diventarne caporedattore pochi mesi dopo.

Incontriamoci a Las Vegas: film sportivo, la boxe, una commedia sentimentale. Un film bruttino, ma lo ricordo sempre con grande affetto. Questo è quello che ho scritto quasi tredici anni fa. Grazie al cielo non scrivo più così male.

Incontriamoci a Las Vegas: Scontro d’amicizia
Harrelson – Banderas, all’ultimo sangue.

Ron Shelton torna sul luogo del delitto, ma cambiando disciplina sportiva. Con “Incontriamoci a Las Vegas“, infatti, questo ex giocatore di baseball passato al cinema fa la sua prima incursione nel mondo della boxe contrapponendo agli imbrogli organizzativi, la genuinità agonistica di chi può raggiungere la grande occasione per l’ultima volta.
Utilizzando il suo schema narrativo classico (due amici – avversari sia sul campo che per il cuore di una bella donna, ovviamente appassionata dello sport in questione), Shelton costruisce il film come una variazione sul tema di “Bull Durham” (baseball) e “Tin Cup” (golf), trasformandolo in un road movie nella prima parte (piuttosto noiosa), per poi far esplodere tutte le cartucce nella lunga sequenza dell’incontro sul ring tra Banderas e Harrelson, un lungo e crudissimo match di pugilato che col passare dei round appassiona lo spettatore per la qualità delle riprese e l’estrema veridicità del gesto sportivo. Una sequenza resa efficace anche dall’analisi dei personaggi durante il viaggio tra Los Angeles e Las Vegas, cosa che nel complesso fa risaltare la buona costruzione della sceneggiatura, ma mette a nudo i tempi troppo dilatati della narrazione.
Un peccato, perché Shelton ha potuto contare su due protagonisti in grande forma, sia fisica che artistica, ed una presenza femminile abbagliante come Lolita Davidovich. Da segnalare, tra gli spettatori del match, Rod Stewart, James Woods e, ovviamente, Kevin Costner.

Breve storia del cinecomics: una banale intro

16 Lug


Quando ero ragazzino e leggevo i fumetti Marvel, allora editi in Italia dalla mitica Corno, cercavo sempre di immaginare come poter unire due grandi amori come cinema e tavole disegnate. In realtà lo facevo anche per Alan Ford, Tex, Zagor, Mister No, Gli Aristocratici e Altai & Jonson (aspetto nei commenti un segno di vita per questi due ultimi inestimabili gioielli).
La serie televisiva dell’Uomo Ragno, da noi arrivata al cinema sotto forma di tre film da dimenticare, fu un’esperienza che nonostante tutto ricordo con piacere, così come il Tex con Giuliano Gemma, il Diabolik con John Philip Law, il Lucky Luke con Terence Hill, tutte operazioni che hanno reso un po’ più reali degli eroi di carta che hanno accompagnato non solo la mia gioventù.
La prima major che aveva capito il potenziale dei fumetti al cinema fu la Warner Bros, quando a metà degli anni Settanta mise in cantiere la produzione di Superman, franchise interno (la DC Comics ė di proprietà del gruppo Time Warner) che grazie all’iconica interpretazione di Christopher Reeve e a due registi di talento come Richard Donner (1 e 2) e Richard Lester (il terzo), riuscì a infilare una serie di successo (ce ne sarebbe stato anche un quarto, purtroppo dimenticabile).
Ancora la Warner, pochi anni dopo, decise di dare a un giovane regista visionario la possibilità di lanciare nell’universo cinematografico il vendicatore mascherato di Gotham City. Cast stellare, con un grande Jack Nicholson nei panni di Joker, Kim Basinger in quelli di Vicky Vale e Michael Keaton, all’epoca star in grande ascesa, deputato a indossare la cappa di Batman. Ciliegina sulla torta, colonna sonora originale di Prince. Successo planetario, il pipistrello diventa un brand e da quella operazione nasce il moderno cinecomic, creatura mitologica per metà film e interamente responsabile marketing.
La Marvel, che nel frattempo non se la passava benissimo, capì che era arrivato il momento di darsi al grande schermo, e con grande intelligenza aprì una propria casa di produzione, mantenendo di fatto la proprietà dei marchi ed entrando in compartecipazione con le singole major, dividendo così i suoi eroi tra Paramount, Fox e Sony e moltiplicando gli introiti.

1/segue

Real Steel, o dell’uomo e della macchina

10 Giu

Senza i generi il cinema non avrebbe molto senso. Non tanto perchè si debbano fare delle distinzioni precise tra commedia, dramma, sentimentale, avventura e via discorrendo, ma perchè per un autore la sfida è riuscire a trattare questi temi con identica sensibilità e dove possibile riuscire anche a confonderli per ottenere un risultato migliore.
Ho recuperato in Blu-ray Real Steel e il bravo Shawn Levy, uno dei migliori professionisti della commedia di Hollywood degli ultimi anni, è riuscito perfettamente nell’impresa. Tratto da un racconto di Richard Matheson, quindi solo per questo degno di una visione, Real Steel è una commedia-fanta-western-sportivo-romantica-perfamiglie. Quanta carne al fuoco, si potrebbe obiettare giustamente. Eppure Levy, produttore prima che regista, riesce a mantenere un ottimo equilibrio nell’economia dell’intrattenimento da studios, realizzando un film che fila via liscio per due ore senza traumi, strappando la lacrima ma senza essere  inutilmente struggente, e che fa anche ridere lasciando spazio per lo spettatore a una introspezione non troppo impegnativa. E cosa più importante, sotto la maschera da blockbuster, nasconde cinefilia e profonde speculazioni filosofiche.
Real Steel ha come principale fonte d’ispirazione, almeno apparentemente, il cinema di Sylvester Stallone, attingendo a piene mani da Over the Top e Rocky, ma in realtà questa è la necessaria formula, molto disneyana, per indorare la pillola e portare il pubblico al cinema. Molto più importante per Levy è stato l’insegnamento di Brad Bird e de Il gigante di ferro, senza dimenticare le implicazioni etiche di cui è pregna tutta l’opera di Matheson e che porta a riflessioni importanti: l’identificazione tra uomo e macchina, la tecnocrazia che approfitta della disumanizzazione della società provocata dalla cultura capitalista, il governo delle macchine che assurgono a nuove divinità. Tutto questo in un futuro non lontano, in cui il loser di talento, troppo umano per essere un campione, dimostra che non basta avere un cervello, ma serve anche il cuore.
Stucchevole banalità? No, umanissime emozioni, motore delle nostre azioni, che si salga su un ring o si progetti un ponte. Il progresso fa parte della vita, se costruiremo delle città su Marte, accadrà per la stessa ragione per cui vengono battuti i record del mondo in una qualunque specialità e per cui cerchiamo di rendere le nostre singole vite ogni giorno un po’ più felici. O meno miserabili.

La mia vita è uno zoo: liberate i vostri sogni

30 Mag

Cameron Crowe è un autore particolarmente caro al vostro Shoeless Joe. Quando ero un adolescente, già tardo e pure un po’ problematico, Non per soldi ma per amore mi ha insegnato un sacco di cose su cosa vuol dire tenere davvero a qualcuno. Ovviamente non sono quasi mai riuscito a mettere in pratica tutte queste belle intenzioni, ma se i film funzionassero davvero così probabilmente potrei salvare un grattacielo da una banda di criminali senza scrupoli e potrei volare con un mantello rosso. Anzi, senza mantello, perché è pericoloso.

Singles mi fece vivere la breve epoca del Grunge con intensità, e anche per merito, o colpa, di quel film, il 17 giugno sarò a Bologna a raccontare la vita di Kurt Cobain nella giornata finale del Biografilm Festival 2012.

Ma i due film di Crowe che hanno veramente segnato in maniera indelebile la mia precaria esistenza sono stati Almost Famous ed Elizabethtown. Due storie di formazione eccezionali, la prima di introduzione alla vita, la seconda di riapproprazione della stessa, basate entrambe sulla necessità di avere dei punti fermi su cui potersi appoggiare anche nei momenti peggiori. L’amore, la passione nell’inseguire i propri desideri, il non disperare mai che prima o poi si possano avverare.

Per tutte queste ragioni, per L’uomo dei sogni è impossibile non amare un film come La mia vita è uno zoo, storia vera di un giornalista che un bel giorno decide che per mettere a posto i pezzi di un’esistenza problematica ci sia solo un modo: comprare un bioparco con annessi e connessi.

Benjamin Mee, interpretato da un ottimo Matt Damon, supera tutte le prove che una buona sceneggiatura americana deve avere: vedovo, con un difficile rapporto con il figlio primogenito, cocciuto e retto fino all’autolesionismo, devoto all’amore della sua vita fino a una liberazione finale che coincide con il raggiungimento dell’obiettivo, o dell’arrivo a casa base, come preferite.

“Se lo costruisci, lui tornerà”, il campo di grano diceva a Ray Kinsella. Ed è quello che succede anche in We Bought a Zoo che, al di là dei meriti cinematografici, decisamente inferiori rispetto ai precedenti lavori di Crowe, è uno di quei feel good movie che si dovrebbero giudicare con meno superficialità e spocchia. Una delle funzioni basilari del raccontare storie è proprio quella di dare a chi guarda, legge o ascolta la possibilità di entrare in un mondo altro, diverso per ognuno. Democraticamente sono felice di sapere che c’è chi si esalta all’ascolto di The Trooper degli Iron Maiden (gran canzone, oltretutto) così come alla visione di Melancholia di Von Trier (nello scrivere ciò mi sto facendo violenza, ma tocca essere coerenti).

Personalmente, mi piace sperare in un mondo migliore, in cui si possano avere colpi di fortuna, buone giornate e cattive giornate, gioie e dolori, soddisfazioni molte e incazzature poche, una buona dose d’avventura e una Penny Lane da abbracciare.

E se pensate che tutto questo sia noioso, borghese, banale e malato come vivere nella bolla di Truman Burbank e preferite aspirare a essere il personaggio preferito della poetica di Haneke, fate pure, il posto è vostro.

Io intanto porto da mangiare alla tigre.

Cosmopolis, o del collasso del Sistema

28 Mag

Nonostante il lavoro che faccio, o meglio, uno dei tanti lavori che faccio, negli ultimi anni sempre più di rado mi capita di entusiasmarmi per un film. Posso trovarlo gradevole, nella maggior parte dei casi orribile o inutile. Trovarmi di fronte a un prodotto che sia classificabile come opera è nella maggior parte dei casi una chimera. Ogni tanto c’è qualcuno che riesce ancora a stimolare il mio ormai arrugginito gusto cinematografico, per non parlare della mia professionalità critica.

Cosmopolis è uno dei migliori Cronenberg di sempre, un film che unisce il racconto non lineare tipico di Don DeLillo con le ossessioni cinematografiche del regista canadese. La trasformazione, il crollo, il doppio, la sovversione, non manca niente in questa magnifica riduzione cinematografica di uno dei romanzi più complessi e crudi dello scrittore americano, di cui un giorno sarebbe bello poter godere di una versione per il grande schermo del suo capolavoro Underworld, una sfida impossibile e affascinante.

Ma considerazioni cinematografiche a parte, tra cui è doveroso segnalare anche l’ottima interpretazione di un sorprendente Robert “Edua” Pattinson, quello che maggiormente impressiona di Cosmopolis è l’eccezionale lavoro di identificazione linguistica che Cronenberg ha operato sull’opera di DeLillo, riportando sullo schermo tutte le ellissi della sua scrittura e la dirompenza rivoluzionaria della sua filosofia. Un caos dialettico che è in realtà un ordine universale e perfetto, teso alla distruzione senza possibilità di appello.

In questo momento storico così confuso e perennemente sull’orlo della tragedia economica e sociale, il film di Cronenberg è di grande ispirazione, perché ci offre una riflessione fondamentale: quello che facciamo e quello che siamo sono il nulla. Siamo di passaggio, per quanto potenti o per quanto microbi della società moderna, stritolati in un meccanismo basato su regole che non conosce nessuno realmente e che possono essere cambiate in ogni momento, perché di fatto non esistono.

DeLillo, e Cronenberg di conseguenza, portano sullo schermo un piéce degna del teatro dell’assurdo, ma soprattutto ci offrono un’opera sovversiva di potenza deflagrante e sana, spaccato di una storia già successa e che si ripete e che porterà, prima o poi, all’annientamento del sistema economico in cui viviamo. Un’apocalisse annunciata, dalla quale usciranno vincitori i deboli del giorno prima, abituati a combattere senza niente. Una cosa che pochi ricchi sanno fare.